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Lettera da Korazim, il monte delle Beatitudini




Per questo numero di Raccordo l’arcivescovo ha scritto la sua “lettera” a Korazim, sulle rive del lago di Tiberiade, in occasione del viaggio del Papa alle “sorgenti della fede”. Sulla collina delle Beatitudini, all’alba del terzo millennio, è risuonata ancora una volta la chiamata del Signore: “Vieni e seguimi”, impegnativa per tutti.

Carissimi,
1. negli ultimi due giorni del suo pellegrinaggio nella terra santa di Gesù e della nostra fede ho potuto raggiungere il Papa in alcuni suoi gesti profetici.
Due sono stati gli itinerari papali che si sono succeduti: il primo, alle sorgenti della fede in Dio, partendo da UR dei Caldei dove Abramo partì per fede (ed è la tappa in Iraq, che al Papa non è stata consentita) quindi al monte SINAI, dove Mosè ebbe da Dio e trasmise al suo popolo il codice morale dell'uomo, i dieci comandamenti, che sono all'origine di ogni convivenza che voglia dirsi umana; ed infine al monte NEBO, dal quale fu dato a Mosè di intravedere la terra promessa, l'eskaton dei desideri, la terra che è anticipazione del Regno; e lì Mosè chiuse i suoi giorni terreni.
A questo itinerario, teso alla ricerca del Dio delle promesse, è succeduto l'itinerario sulle orme della grande promessa di Dio, e cioè di Gesù Cristo. Ed ecco, allora, succedersi i luoghi classici della Palestina: NAZARET, il luogo dell'annuncio; BETLEMME, la casa del pane, luogo della nascita terrena; il fiume GIORDANO, luogo del battesimo; KORAZIM, il monte delle Beatitudini, luogo dei grandi discorsi di liberazione; GERUSALEMME, la città santa del dono dell'Eucaristia, del martirio e della risurrezione.
In questo pellegrinaggio "alle sorgenti della fede", si sono intrecciati incontri a più riprese con i vari contraddittori aspetti della vita religiosa sociale politica di quella "terra santa", contrassegnata, purtroppo, da divisioni, odi, sofferenze enormi: tra ebrei e palestinesi; tra israeliti, cristiani, musulmani; tra i cristiani delle diverse confessioni; tra i capi religiosi e i capi politici; tra la gente che soffre emarginazione ed esclusione palesi (come i profughi palestinesi) e occulta (come la minoranza cristiana, spinta dalle circostanze ad abbandonare la propria patria per lidi più ospitali).
In questo intreccio di tensioni e di contraddizioni, il Papa è passato come angelo di pace, senza ignorare i problemi, ma affrontandoli con il coraggio e la pazienza di un antico profeta, dicendo parole chiare, mai disperanti ma sempre aperte alla riconciliazione e alla pace, tendendo le braccia al di qua e al di là del muro del pianto, ove ha di nuovo deposto, con mano tremante ma decisa, la sua richiesta di perdono a Dio e ai fratelli offesi. Di più non poteva fare e dire. La gente ha capito. E hanno capito anche i grandi. E non sono mancati il consenso e la gratitudine più sincera da parte di tutti. L'anno giubilare, con la sua innata esigenza di riconciliazione e di ricominciamento, ha trovato nel gesto della lettera di perdono, infilata tra le pietre dell'antico tempio, il suo simbolo più alto ed espressivo. Quella richiesta è ormai affidata non più agli uomini, ma a Dio: e da Dio otterrà risposta.
2. Ma di un altro segno, eloquente come quello della lettera, mi piace parlare, avendolo vissuto per intero, insieme a una dozzina di cardinali, un centinaio di vescovi, millecinquecento preti, cinquantamila giovani di tutto il mondo, la pressoché totale presenza dei cristiani cattolici di Palestina, e tanti altri testimoni a cominciare dalle guardie ebraiche del servizio d'ordine rimaste inattive e sorprese per tanta pace: in tutto centomila persone, un raduno cristiano mai visto in Israele. È il segno del monte delle Beatitudini. Lì aleggiava davvero la presenza del Signore. Su quella pendice pietrosa e fangosa priva di fabbricati, battuta dall'acqua e dal vento, tali da scoraggiare chiunque ma non i giovani che sono rimasti impassibili per l'intera giornata; dinanzi a quel lago e a quel profilo di collinedella Galilea, scenario immutato da duemila anni; in quell'ambiente povero e dimesso, dove non c'erano segni visibili di potenza...; abbiamo rivisto con gli occhi della fede (ma anche dell'autenticità ambientale), abbiamo riascoltato con i palpiti del cuore le sembianze e le parole del Maestro, la cui eco i venti del lago e la bufera, davvero terribili, non riuscivano a spegnere. Presenza e parole che ci sono state ripetute con la vigoria di un profeta dal successore di Pietro e vicario di Cristo stesso, Giovanni Paolo II, che ha incoraggiato i presenti (una folla ben più grande di quella che ascoltò fisicamente Gesù e mangiò il pane del miracolo) a seguire la via ardua ma gioiosa delle beatitudini e a rinunciare alla vita comoda ma distruttiva delle antibeatitudini.
"Le parole di Gesù - ha detto il Papa - possono sembrare strane. È strano che Gesù esalti coloro che il mondo considera generalmente dei deboli. Dice loro: 'Beati voi che sembrate perdenti, perché siete i veri vincitori: vostro è il Regno dei cieli!'. Queste parole lanciano una sfida, che richiede una metánoia profonda e costante dello spirito, una grande trasformazione del cuore. Voi giovani comprenderete il motivo per cui è necessario questo cambiamento del cuore! Siete infatti consapevoli di un'altra voce dentro di voi e intorno a voi, una voce contraddittoria. È una voce che dice: Beati i superbi e i violenti, coloro che prosperano a qualunque costo, che non hanno scrupoli, che sono senza pietà, disonesti, che fanno la guerra invece della pace, che perseguitano quanti sono di ostacolo sul loro cammino... Sì, dice la voce del male, sono questi a vincere. Beati loro! Gesù invece offre un messaggio molto diverso".
3. A questo punto il Papa ha ricordato gli avvenimenti di Betsaida, poco distante da Korazim, il paese di Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni, che furono i primi "chiamati". E si è lanciato con forza su questo orizzonte vocazionale: "Non lontano da qui egli chiamò i suoi primi discepoli, così come chiama voi ora. La sua chiamata ha sempre imposto una scelta fra le due voci in competizione per conquistare il vostro cuore: anche ora, qui sulla collina, la scelta fra il bene e il male, fra la vita e la morte. Quale voce sceglieranno di seguire i giovani del XXI secolo? Riporre la vostra fiducia in Gesù significa scegliere di credere in ciò che dice, indipendentemente da quanto ciò possa sembrare strano, e scegliere di non cedere alle lusinghe del male, per quanto attraenti possano sembrare.
Dopo tutto, Gesù non solo proclama le Beatitudini. Egli vive le Beatitudini. Egli è le Beatitudini. Per questo motivo ha il diritto di affermare: 'Venite, seguitemi!'. Non dice semplicemente: 'Fate ciò che dico'. Egli dice 'Venite, seguitemi!'.
Voi ascoltate la sua voce su questa collina e credete a ciò che dice. Tuttavia, come i primi discepoli sul mare di Galilea, dovete abbandonare le vostre barche e le vostre reti e questo non è mai facile, in particolare quando dovete affrontare un futuro incerto e siete tentati di perdere la fiducia nella vostra eredità cristiana. Essere buoni cristiani può sembrare un'impresa superiore alle vostre forze nel mondo di oggi. Tuttavia Gesù non resta a guardare e non vi lascia soli ad affrontare tale sfida. È sempre con voi per trasformare la vostra debolezza in forza. Credetegli quando vi dice: 'Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza' (2Cor 12,9)!... Ora, all'alba del terzo millennio, tocca a voi. Tocca a voi andare nel mondo e annunciare il messaggio dei Dieci Comandamenti e delle Beatitudini. Quando Dio parla, parla di cose che hanno la più grande importanza per ogni persona, per le persone del XXI secolo non meno che per quelle del primo secolo. I Dieci Comandamenti e le Beatitudini parlano di verità e di bontà, di grazia e di libertà, di quanto è necessario per entrare nel Regno di Cristo. Ora tocca a voi essere coraggiosi apostoli di quel Regno!
Giovani della Terra Santa, giovani del mondo, rispondete al Signore con cuore aperto e volenteroso! Volenteroso e aperto come il cuore della figlia più grande di Galilea, Maria, la Madre di Gesù, che disse: 'Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto' (Lc 1,38)".
4. E i giovani hanno risposto in massa a questa "chiamata" del Papa. Al pomeriggio, incuranti del temporale che si rovesciava rabbiosamente su di loro, in cinquantamila tra ragazzi e ragazze di tutto il mondo hanno risposto all'invito di servire Dio nella Chiesa a tempo pieno e con cuore indiviso. Vedere quelle fiumane di giovani che dichiaravano apertamente la loro disponibilità (anche se poi dovrà essere verificata seriamente) è un segno forte che fa gioire ed anche pensare: gioire, perché non è vero che i giovani sono insensibili alle scelte di vita radicali e controcorrente; pensare, perché i pastori non hanno più la pazienza di formare e il coraggio di chiamare, ritenendo che occorra insistere sempre e solo sulla pre-evangelizzazione e confinando la chiamata all'impegno nell'area dello spontaneismo aleatorio.
Ritorna con chiarezza la correlazione necessaria e consequenziale tra annuncio e formazione, tra formazione e vocazione, tra vocazione e comunità. Tocca a noi, che cominciamo a verificare, e forse anche a soffrire, la rarefazione delle vocazioni spontanee, impostare una seria pastorale vocazionale: una pastorale da porre in armonia con la pastorale giovanile e familiare e con l'impegno di una seria nuova evangelizzazione, come quella del Dio dei comandamenti e del Gesù delle Beatitudini, che rimane sempre il punto di partenza e la condicio sine qua non di ogni risposta di fede.
Da Korazim ci giunge anche questo forte invito: sta alla nostra Chiesa perugina-pievese farne tesoro.
E la consolazione di Dio, che ho sperimentato in abbondanza a Korazim, là dove Gesù ha "chiamato" e i giovani hanno "risposto", sia con tutti voi.
Tiberiade, 24 marzo 2000

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