La festa del primo maggio
è coincisa quest'anno con
il Giubileo dei Lavoratori. Una suggestiva cerimonia ha avuto luogo al santuario di Mongiovino con
la partecipazione di molte associazioni di lavoratori
e imprenditori.
All'omelia l'arcivescovo
ha parlato di incontro "storico" dei lavoratori
e degli imprenditori:
per una volta tutti insieme
a celebrare la giornata
del lavoro nel segno
della collaborazione
e della solidarietà. |
1. Non temo di definire "storico" questo incontro di molti organismi rappresentativi del lavoro, dai sindacati unitari - tutti rappresentati - ai dirigenti e alle associazioni di lavoratori, comprese le civiche autorità con il gonfalone.
È fondamentalmente un incontro di preghiera, preceduto da un simbolico pellegrinaggio giubilare, ma ha un grande significato anche sociale e un chiaro aggancio locale: si svolge in un territorio che soffre da anni per l'incertezza e la precarietà del lavoro, in un momento storico di grande travaglio per le attività sindacali e imprenditoriali che si trovano dinanzi a scenari in continua trasformazione, che mettono in crisi la natura stessa del lavoro com'è stato fino ad oggi inteso, mentre le rappresentanze politiche sono ben lontane dall'aver trovato stabilità e progettualità. E tuttavia è un incontro "storico" di riconciliazione dopo gli strappi del 1948, allorché la passione ideologica ruppe l'armonia tra l'ora et labora della tradizione culturale e civile umbra. I due poli, tra di loro connessi e integrati, giunti a noi dalla tradizione benedettina, furono allora non solo separati, ma addirittura contrapposti polemicamente, come se il fatto religioso, e in particolare la fede cattolica tradizionale della gente umbra, non avesse più nulla da dire nei riguardi dell'esperienza lavorativa, che proprio dai monasteri benedettini aveva ricevuto dignità e qualificazione. Oggi, anno giubilare a cavallo di due millenni, sentiamo tutta l'illogicità di quella frattura, anche per il forte bisogno di quella riserva etica e antropologica che è propria dell'esperienza cristiana, senza la quale né l'economia né lo sviluppo né i rapporti sociali né le dinamiche lavorative possono affrontare con serenità e con successo le sfide del futuro. Ecco perché l'incontro di quest'oggi, svoltosi nel clima della necessaria riconciliazione anche nel mondo del lavoro, pur nel suo piccolo, è e rimarrà "storico". E per questo saluto tutti voi con sincera gratitudine.
2. La chiesa in cui siamo riuniti, eretta nel Cinquecento in nome della Madonna delle Grazie, è considerata santuario degli artigiani e dei lavoratori dipendenti per un fatto significativo. Un affresco del pittore Lombardelli del 1587 racconta che, mentre si costruiva questo splendido edificio, agli operai della fabbrica venne a mancare il pane; per intervento prodigioso di Maria, il poco pane a disposizione si accrebbe al punto che ne avanzarono cinque sacchi. Era il 23 aprile, festa di san Giorgio. Ancor oggi, il 23 aprile di ogni anno, a ricordo di quel fatto, si fa distribuzione di pagnottelle ai devoti.
Trovandoci a ridosso della settimana di Pasqua, possiamo ricordare anche un fatto della vita di Gesù risorto: la sua terza apparizione agli apostoli avvenuta sul lago di Tiberiade. Alcuni degli apostoli, originari della Galilea, se ne erano tornati al loro lavoro di pescatori, ma in una notte di pesca non presero nulla. Sul far dell'alba qualcuno gridò loro dalla riva di gettare le reti sulla destra della barca: e presero pesci in abbondanza. Giunti a riva, videro che quell'uomo stava già arrostendo sulla brace dei pesci, che offrì loro con il pane invitandoli a mangiare. Lo riconobbero subito: era Gesù risorto, fattosi pescatore accanto ai pescatori, così come a Gerusalemme s'era fatto giardiniere accanto a Maria di Magdala che piangeva, e a Emmaus viandante accanto a due persone sfiduciate. È interessante questa presenza del Signore risorto accanto ad ogni persona nel bisogno, ormai immedesimandosi con essa, compresi i lavoratori che traggono il cibo quotidiano dal loro lavoro. Il Signore non è assente da nessuna situazione umana: è presente anche oggi accanto ad ogni portatore di fatica e di preoccupazione, per aiutarlo a trasformare la sua croce in "sacrificio spirituale", e cioè in atto di adorazione a Dio, unico Signore della nostra vita.
3. Celebriamo oggi, festa del lavoro, anche il "giubileo" dei lavoratori. È molto interessante il collegamento dell'anno giubilare a quella istituzione sociale ed economica che gli ebrei chiamavano "giubileo", da cui l'istituzione cattolica trae nome. Il giubileo ebraico prevedeva ogni cinquanta anni una trasformazione radicale della vita della tribù, e cioè: un azzeramento dei debiti e delle servitù che ne derivavano, la ricostituzione delle unità familiari, la ridistribuzione delle terre a tutte le famiglie vecchie e nuove del clan.
Il giubileo cristiano che stiamo celebrando ci rimanda alla "pienissima perdonanza" da parte di Dio, ma anche a una seria "riconciliazione" da parte nostra; riconciliazione che ci interessa anche come comunità dei lavoratori e come società. C'è da fare, infatti, riconciliazione pure nel mondo del lavoro: con il capitale-uomo, prima di tutto, che non è solo l'operaio ma anche l'imprenditore, e poi con lo stesso lavoro e i processi produttivi moderni, che vanno controllati e regolati perché non ne nasca danno per il lavoratore e per la società.
Il mondo del lavoro è in continua radicale trasformazione: la tecnologia, soprattutto informatica, ha messo in crisi tutti gli schemi interpretativi del passato, che in tempi non remoti hanno molto condizionato i rapporti di lavoro. Oggi parliamo di "nuova economia", di globalizzazione, di multinazionali e di sistemi bancari e creditizi più forti degli stessi governi, di produzioni transgeniche massive...: e tutto in un quadro di liberalizzazione dei commerci e di massimizzazione dei profitti senza troppe regole. Sta pure riemergendo - ma in realtà non è mai morto - il mostro del neocolonialismo, con lo scenario delle orrende guerre tribali, pilotate dai grandi gruppi economici per il possesso delle ricchezze naturali e delle vie di comunicazione. In questo scenario mondiale il "piccolo" scompare (vedi gli artigiani e i piccoli commercianti); e chi tenta la scalata solitaria, e cioè i piccoli imprenditori, devono difendersi dalla burocrazia e dal fisco, e a volte anche dalla mafia e dai ricatti.
Anche questo è lavoro da tutelare, mentre si fa sempre più evidente e urgente la necessità di braccia-lavoro che occorre importare da altri paesi in estrema miseria, con tutti i problemi che nascono dalla presenza tra noi di immigrati dalle molte culture. Si aggiungano gli arroccamenti a difesa dei privilegi conseguiti e le rivendicazioni corporative d'una miriade di sigle sindacali, e si avrà un'idea della complessità della situazione.
È urgente, a mio giudizio, una visione nuova dei processi produttivi e lavorativi, e una progettazione meno estemporanea delle linee di sviluppo del futuro. E cioè occorre che una politica seria, più colta e più pensosa, riprenda in mano, anche a livello internazionale, i processi di sviluppo perché si dia a tutti più speranza, per quanto almeno se ne possa dare in tempi di grandi mutazioni, soprattutto ai "piccoli", agli indifesi, a tutti quelli che soffrono per un elevato tasso di insicurezza nel mondo del lavoro.
4. In ogni caso, occorre difendere il capitale "uomo", che è quello che dà senso a tutta l'attività economica e politica. È una difesa che passa per le vie del rispetto della sua innata dignità personale e familiare, dello sviluppo delle sue competenze professionali, della sua libera e consapevole partecipazione a creare rapporti sociali più umani e fraterni e a promuovere solidarietà. Tutto questo però si potrà fare se si fa crescere e si sviluppa la dimensione spirituale, che trova sbocco privilegiato nei percorsi religiosi e di fede. Facendo Dio l'unico Signore della nostra vita, si ridimensionano altre signorie e si acquista consapevolezza e libertà dinanzi agli ideali del profitto ad oltranza e dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. È tempo di convincersi che o diamo un'etica all'economia, al lavoro, ai processi produttivi, partendo dall'antropologia cristiana che fa dell'uomo un fine, sia pur intermedio, e non un mezzo, e del bene comune l'orizzonte del nostro vivere sociale: e allora la nostra convivenza sarà umana e pacifica; o altrimenti si fa spazio ad una competizione senza regole morali: e avremo rigurgiti dolorosi di vita "selvaggia".
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