La festa del Corpus Domini è stata celebrata,
in quest'anno giubilare,
con particolare solennità. L'arcivescovo ha presieduto la divina eucaristia nella cattedrale di San Lorenzo, alla presenza di migliaia
di persone.
All'omelia ha messo
in guardia i credenti circa
la deriva morale cui sta andando incontro la società. Aborto, divorzio, eutanasia, omosessualità volgarmente ostentata non sono che alcuni aspetti di un male profondo che colpisce gli uomini e le donne di oggi.
I cristiani, ha ricordato l'arcivescovo, devono "vincere il mondo" con la forza della fede, che viene soprattutto dall'eucaristia. Al termine del sacro rito
si è snodata la processione eucaristica lungo
il tradizionale percorso
dalla cattedrale
a San Domenico. |
1. Questa celebrazione viene dopo quella solennissima del IV Congresso Eucaristico diocesano del settembre scorso. Il Congresso è valso, secondo le indicazioni della Tertio Millennio Adveniente n. 55, a preparare l'anno del Grande Giubileo, che stiamo svolgendo con particolare impegno e notevole partecipazione di gente. Il tema del Giubileo, collegato al bimillenario della nascita di Cristo: "e il Verbo di Dio si è fatto carne", trova preciso riscontro nell'evento sacramentale dell'Eucaristia, che reca a noi carne e sangue, anima e divinità del nostro Signore Gesù Cristo. È nell'eucaristia che lo incontriamo come pane vivo che dà vita, pane per affrontare il complicato viaggio dell'esistenza, pane che medica le nostre ferite profonde: pane degli uomini, quindi, e non solo degli angeli.
Di sé come pane di vita Gesù ha parlato a lungo. Giovanni lo documenta nel capitolo sesto del suo vangelo, riportando il celeberrimo discorso nella sinagoga di Cafarnao dopo la moltiplicazione del pane materiale. "Discorso duro" dicevano gli stessi suoi discepoli che cominciarono a defilarsi da lui (Gv 6,60). Ma Gesù non cambio di un et né concetti né parole, ed anzi disse ai Dodici: "Volete andarvene anche voi?" (Gv 6,67). Cristo non è disposto a nessun compromesso quando si tratta della verità: o prendere o lasciare. Non fa sconti e non scende a patti con nessuno. La misericordia verso chi sbaglia è enorme e senza misura; ma non ci sono concessioni sulla verità di sé e della sua missione, sulla verità di Dio. Anzi dirà di sé: "Io sono la verità" (Gv 14,6). Semmai promette il Paraclito a tutti coloro che faticano ad accettare la sua verità: "Lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà tutto e vi ricorderà tutto quanto vi ho detto" (Gv 14,26).
Dico questo perché il mondo di oggi, incantato dal pensiero debole, non ricerca più la verità, neppure quella scritta nella ragione e nell'ordine essenziale delle cose, e riduce ogni conoscenza ad opinione, al "così è se vi pare", al "tutto è relativo". Così pensando, rimaniamo invischiati nelle nebbie dello scetticismo, del provvisorio, del disorientamento radicale, dell'ignoramus et ignorabimus, e quindi del non senso radicale di noi stessi e di tutto.
2. L'eucaristia ci viene data invece come una certezza: quella del pane vivo e vitale, senza del quale non c'è vita eterna, e cioè vita totale, radicale, piena, produttiva di certezze e di consolazione: vita nello Spirito e vita dello Spirito.
Gesù invita tutti alla mensa eucaristica non per confermarci nei nostri errori o nelle nostre malattie interiori, ma per darci la salvezza plenaria. A una sola condizione, che Paolo ricorda con chiarezza: ognuno verifichi com'è ricevuto quel pane, se con fede sincera o in condizioni di non amore verso Dio e verso il prossimo; e cioè è per la vita o per la morte. Probet autem seipsum: ognuno si verifichi seriamente per non andare ad assumere la propria condanna, anziché la salvezza (1Cor 11,29).
Questo schietto amore di Gesù per la verità delle persone e delle situazioni lo porta - come sappiamo - a fare sempre una netta distinzione tra il peccato, che non è mai giustificato, e il peccatore, che è sempre accolto con misericordia e tenerezza, insieme però all'invito: "Va' e non peccare più" (Gv 8,11). Ed anzi, proprio per conseguire lo scopo per cui Egli è venuto ("Sono venuto a portare a perfezione i comandamenti di Dio, non ad abrogarli", Mt 5,17-19), più volte è intervenuto a chiarire e a correggere storture che s'erano incuneate nelle coscienze dei suoi contemporanei. Varrà la pena ricordare qualche presa di posizione.
a) Conosciamo bene la riforma che Gesù ha fatto del matrimonio, contestando il divorzio concesso da Mosè per la "durezza del cuore" degli israeliti (Mt 19,8), mentre "all'inizio" (Mt 19,4), e cioè nel progetto di Dio, le cose non stavano in quel modo. "Ciò che Dio ha unito, l'uomo non osi separare" (Mt 19,6), dice Gesù.
b) Conosciamo egualmente bene quel che Gesù ha detto a proposito dei bambini, che la cultura greca dei grandi filosofi e quella pagana consideravano come banali prodotti del concepimento, o addirittura come oggetto di piacere, per cui i figli potevano essere abortiti o uccisi sul nascere, o potevano diventare trastullo per i pedofili. Anche oggi hanno ripreso vita le "rupi tarpee" dell'antica Roma, politicamente e giuridicamente corrette, dall'alto delle quali sono state eliminate in Umbria, dal giorno della sciagurata legge dell'aborto, tante vite umane quanti sono gli abitanti di una città di media grandezza come Foligno! Né dobbiamo dimenticare che nel Vangelo le parole più dure di Gesù sono verso chi abusa dei fanciulli inducendoli al male: "Sarebbe meglio per loro che gli fosse messa al collo una macina di mulino e fossero gettati in mare!"(Mt 18,6).
c) Conosciamo parimenti quel che la parola di Dio dice, e Paolo nelle sue lettere (Rom 1,26-27) ripete, a proposito dell'omosessualità, la tipica prassi di Sodoma, che era anche la cultura dei ginnasi atletici dei pagani o dei filosofi come Platone. Non possiamo avallare comportamenti che non sono in armonia con il significato del corpo e le sue funzioni proprie, a cominciare dai processi generativi.
Occorrono sempre comprensione e rispetto per chi avverte in sé pulsioni di questo genere comunque originate, ma non hanno senso legittimazioni morali o comportamentali anche se diffuse. "L'amore - dice un autore - non è un fatto meramente soggettivo e sentimentale. L'amore coniugale ha un suo codice oggettivo, senza il quale la sessualità non è linguaggio d'amore, ma appagamento di pulsioni o desideri. Attenzione a non confondere amore, e cioè relazione sessuale realizzata nella diversità complementare e feconda di un uomo e di una donna, con emozione e sentimento!" (M. Cozzoli).
Se si tratta all'origine di errori educativi, gli errori si possono e si devono correggere. Se si tratta di ignoranza, l'ignoranza si vince con una corretta informazione. Se si tratta di mode comportamentali trasgressive, esse non potranno mai avere valore etico e legittimazioni. Se si tratta di quella che Gesù chiama "eunuchia di natura"(Mt 19,12), ci troviamo dinanzi ad una anomalia, e quindi a un condizionamento e a una sofferenza alla pari di tante altre, che la scienza però può mitigare e anche sconfiggere. In tal caso orgoglio e ostentazione sono soltanto un penoso non senso, che disturba un discorso serio a proposito di disfunzioni di cui uomini e donne sono portatori.
d) Conosciamo il dramma di certa emarginazione delle donne e strumentalizzazione del loro corpo al fine del piacere sessuale dei maschi. Abbondano anche tra noi le "schiave del sesso", vittime di veri e propri racket, che operano con una violenza e una ferocia da far rabbrividire. Uomini maturi o ancor giovani e giovanissimi sfruttano questa situazione, rendendosene complici. Gesti di liberazione come quelli di don Benzi richiamano tutti, autorità di polizia e politiche e tutti noi, ad avere più coraggio per questa lotta di liberazione della donna, non meno radicale delle lotte che i giovani fecero in altri tempi. Ma dove sono oggi gli "eroi" per queste battaglie? Benedetti coloro che lavorano per la liberazione delle moderne schiave del sesso.
Se siamo severi verso il divorzio, l'aborto, la prostituzione, la pedofilia, l'omosessualità sessualmente esercitata..., è perché amiamo, sinceramente, le donne che abortiscono, le coppie che divorziano, i malati e i folli che violentano i bambini, le prostitute, gli omosessuali..., e vogliamo, seriamente, che siano liberi dai loro condizionamenti anche indotti e riacquistino onore e dignità. Non è, perciò, spirito polemico o insensibilità umana che ci fa parlare, ma amore di libertà e di onorabilità.
5. L'eucaristia, che come cristiani stiamo celebrando, è anche farmaco per medicare la nostra carne inferma. La carne di Gesù nell'eucaristia, tratta dal corpo verginale di Maria, è vero cibo che non si corrompe ed anzi sana ogni corruzione. Quando siamo tentati nel nostro corpo, così bello eppur così fragile, è il momento di ricorrere con fiducia all'Eucaristia. Non ci illudano né le visioni pelagiane, che parlano di una natura tutta buona mentre l'esperienza dice ben altro; né le visioni gianseniste, che richiedono ascesi prolungata e rigore morale assoluto. L'eucaristia non è tanto il cibo dei forti, o di quanti presumono di essere tali, ma il cibo dei deboli, dei fragili, di coloro che sentono il peso drammatico della carne, quell'aspro conflitto che faceva gridare san Paolo: "Chi mi libererà da questo corpo di morte?"(Rom 7,24).
L'eucaristia è la nostra forza e la nostra liberazione anche dinanzi alla dittatura dei sensi.
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