Il 9 luglio è stato celebrato il Giubileo dei carcerati.
A Perugia si è svolto
l'1 luglio, in preparazione,
un convegno sui problemi della giustizia cui hanno partecipato uomini di legge, personale delle carceri
e volontari.
Domenica 9 luglio, l'arcivescovo si è recato
a celebrare l'eucaristia nelle due case circondariali di Perugia.
Per l'occasione ha inviato un messaggio ai detenuti
e a tutti coloro che operano nel mondo carcerario. |
Scrivo a voi, detenuti nelle carceri, fratelli in umanità
Nell'elenco tradizionale delle "opere di misericordia", ce n'è una che vi riguarda: "Visitare i carcerati". Oggi è divenuta un'opera un po' complicata, perché non è facile recarsi a far visita ad un carcerato: bisogna ottenere permessi, portare ragioni serie, attenersi a precisi regolamenti...
Dio, però, può entrare nelle carceri quando vuole, anche più del sole: e non ha bisogno di permessi. Per questo il "giubileo" può raggiungervi anche nella vostra cella e portarvi una parola di speranza. "Gesù è un compagno di viaggio paziente - ha detto il Papa -, e cerca l'incontro con ogni uomo e con ogni donna, in qualsiasi situazione si trovino!".
In antico, quando veniva l'anno del giubileo, i prigionieri e i carcerati potevano ottenere anche la libertà per ricominciare daccapo la loro vita in società e fare quel bene che prima non avevano saputo o voluto fare. Oggi questo è più difficile perché la legge non cammina con il passo della misericordia. E tuttavia, sapendo quanto siano faticose certe esperienze di riscatto, tutti desideriamo che ci sia una maggiore umanizzazione della detenzione perché sia veramente rieducativa. Come non auspicare, ad esempio (e lo stanno facendo in molti in questi giorni), una riduzione della durata dei processi, celle meno affollate, possibilità di lavoro per tutti in maniera da sconfiggere la noia, ed anche, in questo anno giubilare, qualche misura di clemenza che valga ad abbreviare, secondo criteri di equità, i tempi della pena e a far crescere la speranza?
Il mondo carcerario è, per natura sua, triste; e tuttavia il male, sia fisico che morale, può diventare l'occasione per un ripensamento serio della vita. Così è avvenuto per molti. Penso alla storia di Jacques Fesch, un giovane ladro e assassino dei nostri tempi, nato nel 1930 e finito sulla ghigliottina il 1° ottobre 1957 per aver ucciso un agente di polizia a Parigi. Jaques, in cella di isolamento, ebbe modo di fare un lungo esame della sua vita e un po' alla volta riscoprì la fede. Lesse molto, soprattutto i Vangeli, sino ad imbattersi nella giovane carmelitana Therèse de Lisieux, che fu la sua guida spirituale fino al giorno dell'esecuzione. Scrisse lettere tenerissime alla compagna Pierrette, da cui aveva avuto una figlia, Veronique, e che sposò pochi giorni prima di morire. Negli anni del processo ebbe modo di incontrare il Cristo, che nella solitudine della cella può parlare forse più chiaramente che altrove: "Tu pure sei portato là dove non avresti voluto andare", scrisse nel suo diario pensando a Gesù.
Ai piedi del Crocifisso imparò, com'egli scrisse, "ad accettare la croce, che poco a poco diverrà leggera; ad offrire la propria sofferenza e le ingiustizie di cui si è vittima; ad amare coloro che ci sferzano. E così un giorno sentirò dirmi come il buon ladrone crocifisso: "In verità ti dico, oggi stesso sarai con me in paradiso". "La grazia mi ha visitato - concludeva - e una grande gioia si è impadronita di me, e soprattutto una grande pace... È la prima volta che piango lacrime di gioia, avendo la certezza che Dio mi ha perdonato".
L'ultima notte della sua vita, quella tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1957, scrisse alla sua bimba una lettera commoventissima "per quando sarà donna": "Sei così bella, Veronique!". Poi giunse la sua fine terrena, accolta con pace: "Ultimo giorno di lotta: domani a quest'ora sarò in cielo! Ho fiducia nell'amore di Gesù e so che incaricherà i suoi angeli di portarmi sulle loro mani". La ghigliottina che recise il suo capo, in realtà, lo liberò come si libera una farfalla dalla crisalide. Ora per lui si parla addirittura di un processo di beatificazione. Con Dio si può anche trasformare la cella d'isolamento in una piccola chiesa, una esistenza sbagliata in un cammino di santità, una lama di ghigliottina in aureola di luce!
Fratelli, sorelle del carcere: il giubileo, che ci fa incontrare un Padre che perdona e consola, può fare miracoli per tutti e con tutti. "Anche il tempo trascorso in carcere - scrive il Papa - è tempo di Dio e come tale va vissuto. È un tempo che va offerto a Dio come occasione di verità, di umiltà, di espiazione, di fede. L'esperienza giubilare, anche se in carcere, può condurre a insperati orizzonti umani e spirituali".
Scrivo a voi, fratelli e sorelle che lavorate quotidianamente nel carcere e operate per la giustizia
Anche voi, per ragioni di servizio come appartenenti alla polizia penitenziale e all'amministrazione carceraria, vivete per molte ore del giorno e della notte dentro il carcere, a fianco dei detenuti. Il vostro è un lavoro non facile e poco gratificante. Sono tanti i condizionamenti ambientali, le provenienze dei reclusi, la tipologia dei delitti, i bisogni e le richieste cui provvedere. I detenuti vi considerano talvolta erroneamente come la controparte da guardare con diffidenza o da osteggiare. Anche la società civile si accorge poco del vostro servizio, o si sveglia solo di fronte a episodi che fanno clamore.
Eppure siete proprio voi quelli che conoscono meglio la situazione di ciascun detenuto, le sue crisi, le sue malinconie, i suoi desideri, le sue necessità. Non dimenticate mai che siete di fronte a uomini e donne che hanno sì sbagliato, ma hanno pur sempre una loro innata dignità. E soprattutto vivono in una sorta di grande "palestra" di riconciliazione sociale e spirituale per recuperare il diritto di stare a pieno titolo nella società degli uomini liberi. Vanno allora capiti e aiutati perché il loro recupero sia serio e completo. So benissimo che, per esigenze di servizio, non potete avere rapporti di confidente amicizia con nessun recluso. E tuttavia potete sempre seminare qualche seme di bontà e di speranza con un sorriso, un segno di stima e di apprezzamento, una parola di incoraggiamento, e soprattutto con l'esempio di una pazienza a tutta prova.
In ogni cosa bisogna sempre aver fiducia anche in una persona che ha sbagliato, perché nessuno nasce malvagio. Dall'alto della croce Cristo canonizzò un ladro, che gli disse con sincerità, riconoscendo in Lui l'inviato di Dio: "Signore, ricordati di me nel tuo paradiso!". Sempre il bene e il male convivono nel cuore dell'uomo: si tratta di far emergere il bene e di contrastare il male.
Così pensava e agiva un giovane avvocato della nostra diocesi, il beato Giacomo Villa di Città della Pieve, che nel secolo XIV difese ad oltranza i diritti dei poveri dinanzi ai potenti e fu ucciso per il suo zelo e il suo coraggio. Lo segnalo in particolar modo a tutti gli operatori di giustizia perché siano sempre sensibili alle sofferenze dei reclusi e si adoperino per coniugare insieme giustizia e misericordia, come Giovanni Paolo II scriveva nella Dives in Misericordia del 1980. Soprattutto per mezzo vostro - come auspica il Papa nel suo messaggio - s'affermi sempre più nel mondo, che si apre al terzo millennio cristiano, "una giustizia più vera perché aperta alla forza liberatrice dell'amore".
Scrivo a voi, fratelli e sorelle che operate nel carcere come volontari,
e alla comunità cristiana e civile di Perugia
Sento di dover esprimere anche a voi una parola di incoraggiamento sulla linea del messaggio giubilare del Papa. I carcerati sono come quei feriti del racconto di Gesù, che si trovarono sanguinanti a terra dopo l'aggressione dei briganti; solo un avversario politico (un samaritano) si fermò e caricò il ferito sulla sua cavalcatura, senza timore di sporcare la sella, per condurlo al vicino ospedale prendendosi cura di quello sconosciuto. Anche voi vi trovate ad incrociare la lunga carovana dei reclusi e a pensare alle responsabilità della società nel concorrere a tali disastri morali. Ogni uomo che fallisce, infatti, segna il fallimento della società. Non intendo con questo dire che la società è responsabile di tutti gli errori dei singoli, perché credo alla libertà e alla responsabilità di ogni uomo. Intendo però dire che insegnamenti di cattivi maestri, scandali, ingiustizie, violenze, pessimo uso della libertà diventata arroganza e licenziosità, rotture familiari ecc. creano le condizioni perché si formino gli ospiti del carcere di domani.
Eppure il carcere è cosa che riguarda tutti e una società seria non può disinteressarsene. C'è, ad esempio, da sviluppare la solidarietà verso i carcerati e le loro famiglie, impegnandosi concretamente per il reinserimento degli ex detenuti nella società e nel mondo del lavoro.
In particolare c'è da farsi presenti nel carcere tramite le associazioni di volontariato, con servizi seri, non effimeri, che mirino al recupero pieno della persona. M'è data occasione, a questo proposito, di ringraziare il volontariato cattolico perugino, che segue i reclusi con assiduità e intelligenza, procurando loro non solo assistenza e aiuti materiali, ma anche aiuti spirituali. In particolare saluto e ringrazio i cappellani delle due carceri perugine, che fanno il loro servizio pastorale con disponibilità, fedeltà, mitezza e vero affetto.
Verso i carcerati la comunità diocesana provvede come può con i gruppi di assistenza volontaria e di catechesi, sia interni agli istituti di pena che esterni nelle strutture di accoglienza: Casa Famiglia "Gesù Redentore", gestita dalle suore di Gesù Redentore, per detenute che usufruiscono di permessi o ex detenute affidate al servizio sociale; Comunità di Accoglienza di Montemorcino, gestita dai volontari, per detenuti in permesso premio, in affidamento al servizio sociale, con sospensione della pena, in libertà vigilata e in post-detenzione, e anche per ospitare occasionalmente qualche familiare in difficoltà; SECOMART, una cooperativa sociale artigianale per carcerati. Molto ancora si potrà fare se ci saranno volontari ben motivati. br>
Quel che importa è capire che le persone spiritualmente e socialmente più fragili devono essere oggetto di attenzione privilegiata sia da parte della comunità cristiana che di quella civile. Ammonisce il Papa: "Siamo ancora lontani dal momento in cui la nostra coscienza potrà essere certa di aver fatto tutto il possibile per prevenire la delinquenza e per reprimerla efficacemente così che non continui a nuocere e, nello stesso tempo, per offrire a chi delinque la via di un riscatto e di un nuovo inserimento positivo nella società".
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