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La visita pastorale (2000-2004)
Prolusione




Il 17 giugno ha avuto luogo al Centro Convegni "A. Capitini" di Perugia l'annuale Convegno pastorale diocesano. Quest'anno si è incentrato sulla visita pastorale che l'arcivescovo si accinge a compiere nell'intera diocesi. Relatori ufficiali sono stati p. Agostino Montan e mons. Vittorio Peri. All'inizio della riunione, l'arcivescovo ha svolto le considerazioni che riportiamo a fianco.

1. "Conveniamo insieme" (questo è un "convegno") per riflettere sul nostro futuro di Chiesa, e per dar vita ad una iniziativa di grande respiro ad inizio di millennio: la visita sistematica che il vescovo intende fare alla porzione del popolo di Dio affidato alle sue cure pastorali. Essa rientra tra i doveri inderogabili di un vescovo: "visitare tutta la diocesi almeno ogni cinque anni" (can. 396,1). Il vescovo, come continuatore della testimonianza di fede dei "dodici", va, come Pietro, per "confermare" nella fede i credenti e "pascere" chi ha bisogno di parola di Dio e di consolazione. La sua visita, come quella del "Pastore grande" Gesù (Eb 13,20), si ricollega a quella biblica di Dio al suo popolo per realizzare nel tempo la promessa (Ger 29,10) e donare la salvezza (Sal 106,4).
Dopo aver provveduto nei primi quattro anni ad alcune incombenze preliminari (suddivisione e riorganizzazione del territorio, preparazione e svolgimento del IV Congresso Eucaristico diocesano, anno del grande giubileo, avvio della ricostruzione del dopo terremoto...), affronto ora questa nuova fatica che mi porterà a contatto più diretto con una popolazione e con situazioni che già in gran parte conosco per aver fatto ripetutamente il giro della diocesi.
2. Indicare ora criteri e modalità della visita è prematuro e irriguardoso, anche perché la convocazione di tutti mira a corresponsabilizzare tutti voi, preti e laici, e ad averne suggerimenti utili.
Posso però dire sin d'ora che la visita non sarà fatta per parrocchie, ma per unità pastorali e per zone pastorali, in maniera da superare i limiti che sono propri di un piccolo centro e tentare aggregazioni più coinvolgenti. Di conseguenza occorre sviluppare ampiamente la corresponsabilità sia tra sacerdoti che tra laici (consigli pastorali, ministeri laicali, diaconato permanente...) e affrontare seriamente il tema primario e prioritario della nuova evangelizzazione che Giovanni Paolo II, in un suo forte discorso ai Consigli episcopali d'Europa dell'11 ottobre 1985 (n. 14), propose come una "gigantesca opera di evangelizzazione del mondo moderno", chiamando a raccolta tutte le forze vive della Chiesa. È in questo contesto che dovranno svilupparsi tutte le iniziative che riterrete opportuno proporre poi nei diversi ambiti dell'attività pastorale (evangelizzazione, liturgia, carità, rapporti con il mondo...) e nei molti settori (famiglia, giovani, scuola, lavoro ecc.), sui quali farete riflessione.
Mi sembra importante ricordare almeno due cose:
A) Il mondo cambia velocissimamente. Non possiamo però rispondere con eguali modelli di velocizzazione pastorale, sia perché siamo impari per queste rincorse, sia perché dobbiamo operare con modelli di apprendimento lento, così com'è lento ogni serio cammino di fede e ogni seria disponibilità al servizio pastorale. Alla velocizzazione dobbiamo rispondere con la formazione: lunga, faticosa, ineludibile.
B) Il mondo è tutto giocato sull'emotività, più che sulla razionalità e sulla responsabilità. Ma l'emotivo è per sua natura soggettivo e bizzarro, non ha radici e non dura. Occorre mettere a fondamento del credere e del vivere cristiano modelli e ragioni che partano dalla Parola di Dio e si consolidino con l'insegnamento anche austero della Chiesa. Alla soggettivizzazione della fede e dell'etica dobbiamo rispondere con la fedeltà e la coerenza, che sanno inevitabilmente di croce.
Entro questa cornice di riferimento occorre anche rileggere la religiosità del nostro "buon popolo cristiano", che si perde spesso per i tanti rivoli devozionali talora trasformati in folclore (si vedano, ad esempio, le tante statue di santi che stanno aumentando velocemente nelle chiese, o le "pretese" circa i servizi religiosi), ma senza un impegno serio di conversione.
Di queste cose, comunque, e d'altro ancora, si dovrà parlare nei gruppi di studio.
3. Concludo ricordando che della visita pastorale, se vogliamo che coinvolga più gente possibile, occorre cominciare a parlare subito, affrontando anche i temi della nuova evangelizzazione. Si dovrà parlare, per la preparazione della visita pastorale, dell'esperienza del "popolo in missione", con un passaggio di "missionari" laici di famiglia in famiglia, così come molte parrocchie hanno fatto in occasione del IV Congresso Eucaristico diocesano. Deve pure esserci dibattito negli organismi di partecipazione, e incontri previ con il vescovo a livello di unità e/o di zona pastorale.
Al momento della celebrazione, poi, appositi incaricati faranno le verifiche amministrative consuete, soprattutto degli organismi fraternali.

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