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Francesco e Chiara, due santi giovani per i giovani d'oggi




La sera dell'11 agosto, l'arcivescovo ha proposto una riflessione ai giovani convocati a Perugia da ogni parte del mondo, dal movimento Chemin Neuf. Circa 5000 ragazzi hanno vissuto in tenda la settimana di preparazione al grande incontro di Roma con il Papa.

1. Siate i benvenuti, fratelli e sorelle di ogni parte del mondo. Il titolo della mia esortazione è Francesco e Chiara, due santi giovani per i giovani di oggi. La chiamata alla santità è una chiamata per tutti e per tutte le ore del giorno, come avviene per gli operai della vigna nella parabola del cap. 20 di Matteo. Anche l'ultimissima ora è buona, come successe al ladro crocifisso con Gesù, che ebbe il coraggio di dire in extremis: "Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno", e Gesù lo canonizzò all'istante dicendogli: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,42). Quindi si può diventare santi a tutte le ore e in tutte le condizioni della vita. È in corso un processo di beatificazione di un giovane criminale, Jacques Fesch, morto sotto la ghigliottina nel 1957, ma prima convertitosi a fede intensa grazie anche all'intercessione di Teresa di Gesù Bambino, una santa giovane cara ai giovani di tutto il mondo.
Mi piace però dire anche un'altra cosa: si diventa a preferenza santi quando si è giovani, nel senso che le scelte radicali sono proprie dell'età giovanile, quando non c'è ancora l'ingombro delle abitudini della vita, il peso delle ricchezze, la paura del rischio...; e il cuore sa innamorarsi delle cose belle, dei grandi ideali, delle forti emozioni..., e sa essere fedele, coraggioso, generoso.
La conferma della mia affermazione paradossale la trovo nei due giovani santi di Assisi, Francesco e Chiara, la cui santità non ha ancora finito di meravigliare il mondo. Vorrei dire brevemente qualcosa di loro, perché sono certo che anche tra voi può esserci qualche "Francesco" e qualche "Chiara" che attendono solo l'occasione per salire alla ribalta di quella santità anche eroica cui il Papa ci chiama.
2. Francesco è figlio di un ricco mercante di stoffe, che commerciava con Lione per l'acquisto delle sete da rivendere a famiglie nobili e ad ecclesiastici. Aveva ambizioni politiche e per questo si arruolò nell'esercito dell'imperatore al fine di ricavarne almeno il titolo di cavaliere che gli avrebbe consentito la carriera politica. Correva l'anno 1205 e Francesco aveva 24 anni. Dio però, che aveva altri progetti su di lui, intervenne direttamente almeno tre volte:
- A Spoleto, mentre Francesco era in viaggio verso le Puglie, s'ammalò gravemente e una voce gli disse: "Francesco, chi è meglio servire: il padrone o il servo?". "Il padrone", rispose Francesco. "Torna allora ad Assisi e ti sarà detto quel che dovrai fare". Francesco, turbato e malato, tornò a casa: addio, sogni di gloria! Spoleto fu la sua Damasco: la voce lo buttò giù dal cavallo del suo orgoglio. In casa c'era un codice del Vangelo: Francesco lo lesse avidamente e cominciò a capire che ci sono altre proposte di vita oltre quelle mondane, e pensò tra sé che valeva la pena provarle. Gli amici intanto gli facevano festa e lo proclamarono "re della gioventù di Assisi": un tentativo di riportarlo alla vita insignificante delle allegre brigate.
- Ma di nuovo Francesco ebbe un'esperienza forte: l'incontro con i lebbrosi, da tutti allora fuggiti come appestati. Francesco, come scrisse nel Testamento, "usò con essi misericordia", servendoli e abbracciandoli. " E allontanandomi da essi, - confessò -, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo". L'incontro con Cristo presente nel lebbroso cambiò radicalmente la sua vita. In quella occasione Francesco scoprì la misericordia, che è il contrassegno più forte e più autentico della sua personalità cristiana.
- C'era tuttavia da chiedersi in che direzione andare. Sul finire dell'anno un'altra voce ancora lo interpellò: fu quella del crocifisso della piccola chiesa di San Damiano, che gli disse: "Va', Francesco, e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina!". Francesco allora si fece restauratore di chiese in rovina: San Damiano, San Pietro, la Porziuncola. Ma non era di quelle chiese materiali che Cristo parlava.
3. Dopo l'anno delle "voci" che determinarono un nuovo orientamento della vita (e quell'anno bisognerebbe scriverlo a caratteri d'oro negli annali della Chiesa), venne l'anno delle scelte radicali: il 1206.
Francesco prese alla lettera la parola di Gesù al giovane ricco, che gli chiedeva cosa dovesse fare per mettersi alla sua sequela: "Va', - disse Gesù -, vendi quello che hai e dallo ai poveri!". Francesco cominciò a regalare pezze di stoffa del fondaco paterno, provocando l'ira del padre che lo condusse dinanzi al tribunale del vescovo. In quella occasione Francesco rinunciò a tutti i suoi beni, ed anzi si spogliò degli stessi abiti che indossava e li restituì al padre smarrito, dicendo: "Sino ad oggi ho chiamato Pietro di Bernardone mio padre, ma da oggi in avanti potrò dire con tutta libertà: 'Padre nostro che sei nei cieli!'". Il vescovo, con gesto profetico, gli coprì le nudità con il suo mantello, quasi a indicare che la Chiesa si faceva carico di questo figlio così singolare, ma anche così radicalmente evangelico. Quella di Francesco fu, ed è, una aperta sfida al perbenismo religioso piccolo-borghese, una sfida alla città e all'opinione pubblica, una sfida alla Chiesa stessa, lontana dal radicalismo evangelico. Francesco fece in tal modo il suo ingresso anche fisico nel mondo degli emarginati: indossò il loro abito di panno rude, legato ai fianchi da una corda, e cominciò a predicare alla gente della strada la conversione. Fece sua la "forma di vita del santo evangelo", che è vita di radicalismo senza riserve, andando oltre la "forma di vita della Chiesa romana", che spesso era vita di accomodamenti vari.
Questo nuovo modello di vita cristiana cominciò a fare proseliti anche tra persone nobili e colte, che vestirono anche loro l'abito degli emarginati, collocandosi con Francesco tra i menores, e cioè tra i diseredati che non contavano nulla, mentre i nobili, i magnati, i ricchi erano i maiores. "Fratelli" o "frati minori" si chiamarono, perché mescolati con gli umili, non solo a parole ma nei fatti. Furono uomini del vangelo, che Francesco cominciò a mandare a due a due, di paese in paese, ad annunziare ai poveri il vangelo di Gesù. "Pace e bene" era il loro annuncio, e cioè una "buona notizia" proclamata in estrema sintesi, - il Kerigma, diremmo oggi -, con parole che indicano in Gesù la nostra pace (la parola pace è la prima e l'ultima del vangelo: la cantano gli angeli a Betlemme, l'augura il Risorto nel cenacolo) e il nostro bene, e cioè l'indulgenza e la benevolenza di Dio.
Tutto questo è veramente meraviglioso. In tempi difficili, quando nascevano tra tante lotte e rivalità di fazioni i liberi comuni, e cioè un altro modello di vita e di società, Dio suscitò evangelizzatori per il suo popolo, affidando l'annunzio del Vangelo a dei semplici laici, che andavano itineranti di paese in paese, vivendo poveramente per essere autentici nella loro predicazione, e testimoniando la bontà di ciò che dicevano con la gioia e la semplicità della loro vita. Fu quella la "nuova evangelizzazione" al sorgere del nuovo millennio, nel difficile passaggio dalla società feudale alla società libero-comunale.
4. Non vi sembra che oggi stia succedendo la stessa cosa? Il Concilio Vaticano II ci ha parlato, e papa Giovanni Paolo II ce lo ricorda in continuazione, di "nuova evangelizzazione" per i non più credenti e i pagani del nostro tempo, nel momento in cui, con il passaggio di millennio, si preannunzia una nuova società e una nuova cultura, contrassegnata da tecnologia, mondializzazione, flussi migratori, multiculturalità, libertà da ogni vincolo anche morale, soggettivizzazione... C'è bisogno di riannunziare il vangelo di Gesù Cristo con una nuova evangelizzazione: nuova, come dice il Papa, per il fervore degli evangelizzatori; nuova per i metodi dell'annunzio ad un popolo cosmopolita e acculturato; nuova per il linguaggio e per i segni di autenticità da dare, a cominciare dal miracolo sempre suggestivo della carità.
Occorre però preparare gli evangelizzatori. Già papa Paolo VI scrisse: "L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni" (EN 41). Giovanni Paolo II dice che l'evangelizzazione del mondo è appena agli inizi (RM 30), ed anzi "Dio sta preparando una nuova primavera dell'evangelo" (RM 86). In questa radicale avventura dello Spirito, "il vero missionario è il santo" (Rm 90). Ogni cristiano è un missionario in forza del battesimo (RM 71), tanto da poter dire "Eccomi, Signore, sono pronto! Manda me!" (RM 37).
5. Cari giovani, se dico a voi che oggi è tempo di venire fuori dal guscio delle proprie apparenti sicurezze e di dire anche voi al Signore, come Francesco d'Assisi, "Eccomi, Signore, sono pronto: manda me!", penso di interpretare correttamente i segni dei tempi. Il discorso non è fatto evidentemente solo ai giovani, ma anche alle giovani, così come avvenne per Chiara di Assisi, chiamata a fare da sostegno spirituale all'opera di evangelizzazione di Francesco e del suo movimento laicale. Anche Chiara è una giovane: bella, affascinante, di nobile e ricca famiglia, desiderata sposa da un nugolo di ragazzi. A diciotto anni, di notte, passando per la cosiddetta "porta del morto", dopo aver ricevuto in cattedrale il ramo d'ulivo dalle mani del vescovo, se ne fuggì alla Porziuncola, dove Francesco e i suoi frati l'attendevano. Francesco tagliò subito a Chiara la bella chioma di capelli, la vestì di un rozzo saio e la condusse in un monastero di recluse per evitare che i suoi parenti la rapissero. La notizia fece scalpore nella città: era un nuovo schiaffo al perbenismo dei cristiani di facciata. E tuttavia, dopo Chiara, fu la volta della sorella Agnese, quindi dell'altra sorella Beatrice, ed infine della mamma Ortolana: un'intera famiglia, che aprì la strada a tante altre "povere dame", le quali scelsero anch'esse la via della radicalità evangelica nella clausura e nella povertà.
6. Nel frattempo l'autorità somma della Chiesa s'accorse di questo fermento di autenticità evangelica venuto su dal basso, dall'interno del popolo cristiano, per chiaro impulso dello Spirito Santo. E accogliendo nel 1209 Francesco e i suoi, papa Innocenzo III avallò il movimento di nuova evangelizzazione promosso da questo giovane laico, che non era un teologo o un pastore, insieme ad altri laici, che non erano neppure loro teologi o pastori, e consentì loro di predicare anche nelle chiese, come avvenne per Francesco che nel 1211 predicò la Quaresima nella cattedrale di Assisi, sempre in perfetta obbedienza e fedeltà alla Chiesa. Tra i titoli di Francesco c'è anche quello di vir catholicus et totus apostolicus, e cioè un cristiano pienamente ortodosso e totalmente fedele alla Chiesa.
Della vita di Francesco e di Chiara, carissimi giovani, ho voluto dire solo queste poche cose che vi aiutino a sentirvi chiamati alla santità e alla missionarietà per la nuova evangelizzazione nel nostro tempo.
7. Mi sembra importante offrirvi ancora una riflessione che vi accompagni nella vostra adorazione dinanzi all'Eucaristia, il sacramento profondamente amato da Francesco e da Chiara come il segno nel quale ritroviamo "corporalmente" (l'espressione è di Francesco) la presenza viva e vera di Gesù. Frate Leone lo sentì trascorrere tutta la notte in preghiera nel bosco del monte Verna, ripetendo sempre, come un ritornello: "Chi sei tu, dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?". Sono i due poli dell'interrogativo più importante e più serio di tutta la vita, di ogni vita. Se non ce lo poniamo, o se non diamo risposta, o diamo risposte sbagliate, la nostra vita mancherà dell'essenziale. Dobbiamo infatti porci quelle domande di senso che riguardano noi, la nostra origine, il nostro futuro, il nostro destino, ed anche il bene, il male, il lavoro, l'amore, la sofferenza, la gioia, la malattia, il fallimento, la morte... Non possiamo farne a meno, né possiamo eluderle o dare risposte evasive: ne va di mezzo la nostra felicità temporale ed eterna. Purtroppo genitori ed educatori, la scuola e le stesse aggregazioni sociali, non sono molto sollecite in questa ricerca, che pure è la chiave di volta della nostra esistenza.
Questo vostro viaggio a Roma, caratterizzato da tante fatiche ma anche da tanta gioia, è una occasione irripetibile per tentare di dare una risposta seria e coinvolgente a quelle e ad altre domande. "Chi" sei tu, mio Dio, unico Dio che Gesù ci fa conoscere come Padre ricco di misericordia e pronto al perdono; e "che" cosa sono io, pugno di terra pensante. "Chi", in italiano, è un pronome personale, che indica la soggettività di un rapporto. "Che", invece, è un pronome neutro, quasi ad indicare una congerie di elementi materiali, che tuttavia Dio nobilita e salva. Tra il "chi" e il "che" c'è un abisso infinito, che Dio colma con il suo amore per consentire al "che", e cioè a ciascuno di noi peccatori, di sperimentare in Cristo l'amore del Padre, di amarlo e di essere riamati, sino alla inabitazione della Santissima Trinità in noi e alla stessa nostra divinizzazione, diventati, non per nostro merito ma per suo dono, figli nel Figlio.
8. Caro ragazzo, cara ragazza, che vai pellegrino a Roma, se Dio ti ama fino a questo punto, non tradire il suo amore. Digli che sei totalmente suo, così come recita il motto di Giovanni Paolo II riferito a Maria: Totus Tuus. Sono tuo, o Signore, nella salute e nella malattia, nella povertà e nell'agiatezza, nel dolore e nell'amore, nella giovinezza e nella vecchiaia, nella gioia e nella lotta. Tuo, Signore, per sempre, perché possa essere, oggi, dovunque mi porti, uno strumento della tua pace:
"Dov'è odio, che io porti l'amore;
dov'è offesa, che io porti il perdono;
dov'è discordia, che io porti l'unione;
dov'è dubbio, che io porti la fede;
dov'è errore, che io porti la verità;
dov'è disperazione, che io porti la speranza;
dov'è tristezza, che io porti la gioia;
dov'è tenebra, che io porti la luce" (Francesco d'Assisi).

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