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L'Emanuele, Dio con noi




Su invito del Pontificio Consiglio per i laici, mons. Giuseppe Chiaretti ha proposto alcune meditazioni ai giovani di tutto il mondo, convenuti a Roma per la XV Giornata Mondiale della Gioventù. Ecco la traccia della catechesi, svolta nella chiesa di San Melchiade, il 16 agosto.

1. Ascoltate questo giudizio: "La gioventù di oggi è corrotta nell'anima, è malvagia, empia, infingarda. Non potrà mai essere ciò che era la gioventù di una volta e non potrà mai conservare la nostra cultura". Chi l'ha detto? È il solito luogo comune dei "matusa" d'oggi, arrabbiati contro i giovani, che non vogliono capire il nuovo che avanza..., direte. E invece si tratta dell'iscrizione di una tavoletta babilonese di 3500 anni fa, scritta con caratteri cuneiformi! Niente di nuovo, sotto il sole...
Questo però è un giudizio sui giovani visti dall'esterno; forse può essere più utile una valutazione interna alla condizione umana, particolarmente quella giovanile, come fa l'apostolo Paolo nella lettera ai Romani. Dapprima Paolo fa una presentazione veramente amara del mondo pagano: ve la risparmio (Rom 1,26-32). Poi, però, quando si guarda addosso ed esamina le sue pulsioni interiori, grida: "Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non faccio quello che voglio, ma quello che detesto...; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio... Sono uno sventurato! chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?" (Rom 7,15-24).
Sembra di sentire le parole egualmente scandalose del poeta pagano Ovidio nelle sue Metamorfosi: Video meliora proboque: deteriora sequor ("Vedo il meglio e l'approvo: ma seguo le cose peggiori"; Metam. VII, 20-21), ripreso tante volte dai poeti (Petrarca, Boiardo e altri), compreso il Foscolo, che più giovanilmente diceva: "Do lode / alla ragione, ma corro ove al cor piace" (dal sonetto Il proprio ritratto).
2. È comprensibile e chiara allora la domanda: è possibile venir fuori da questa morsa di ferro? È possibile quella unità interiore, di cui abbiamo urgente bisogno per non vivere nella superficialità e nella tensione distruttiva: e cioè l'armonia tra il pensare e il volere, tra la ragione e l'emozione, tra la visione del bene possibile e le nostre scelte quotidiane? Siamo tutti portatori di questo conflitto che per lo più viene risolto pigramente con scelte contraddittorie: "Coroniamoci di rose prima che appassiscano" dicono alcuni (più classica la versione di Lorenzo il Magnifico: "Chi vuol esser lieto, sia: di doman non v'è certezza!"), o anche con argomenti pseudoscientifici: "Via i tabù morali e facciamo quel che più ci aggrada, per evitare che il rifiuto del piacere faccia venire i complessi". Ci rendiamo conto però che queste non sono risposte degne di persone ragionevoli, dal momento che non si può vivere senza l'afflato del vero, del buono, del bello, di un ideale, insomma, che dia unità alla nostra vita.
Paolo nella citata lettera ai Romani, verificando la gravità irreparabile del dissidio interiore di ciascuno, offre una risposta: non abbiamo bisogno tanto di persone sagge e buone, per quanto siano sempre un aiuto; ma di qualcuno che ci salvi dalla contraddizione che è in noi, e che non è eliminabile né con i buoni sentimenti né con la legge. Urge un Salvatore! Urge la benevolenza di quel Dio che ci ha creato e che è il solo capace di riportarci su percorsi nuovi. Il peccato ci distrugge; l'amore di Dio ci salva. Non esistono alternative: le soluzioni prometeiche, oggi di nuovo in voga, o quelle volontaristiche, oggi cadute in abbandono, non sono soluzioni perché non vanno alla radice del dissidio. Siamo salvati per grazia, allora, da parte di un Dio che è diverso da tutti gli dei di cui la storia religiosa dei popoli ci ha parlato e ci parla.
3. Il nostro Dio, il Dio cristiano, non è - diceva Pascal - il Dio dei filosofi (una entità astratta, molto razionale ma non coinvolgente); meno che meno il Dio dei pagani (uomini e donne "maggiorate", che personificavano vizi e virtù degli umani e replicavano in termini sublimi le stesse vicende umane...). Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana si interessa degli uomini e delle donne che ha messo al mondo, delle loro vicende, dei loro progetti, del loro destino terreno ed escatologico. Si interessa talmente che, come dicono i cristiani, dopo aver provato a orientare la loro libertà attraverso i profeti, i quali dicevano parole sagge ma non potevano aiutare effettivamente, ha mandato il più grande e l'ultimo dei profeti, Gesù Cristo, che ha in sé i caratteri e dell'uomo e di Dio. E cioè ha la natura umana e la natura divina, non confuse né separate, e tuttavia è unico il principio di unità e di operatività, la persona come soggetto di attribuzione, che è quella divina del Figlio. Egli è la Parola sempre detta dal Padre, parola eterna ed esistente in sé, parola di misericordia e di perdono, che è intervenuta nella storia degli uomini in un momento determinato, si è fatta in tutto simile a noi fuorché nel peccato, ci ha parlato di Dio, - che lui solo conosce essendone da sempre l'Amato -, come mai nessuno al mondo, e ci ha detto che Dio è Amore a tutto tondo, Padre ricco di misericordia e di perdono. Gesù è il segno concreto, visibile, evidente di questo amore di Dio per ciascuno di noi. Egli è l'Emmanuel, e cioè "Dio con noi", di cui fu vaticinato il nome dal profeta Isaia in tempi di gravi difficoltà per il popolo ebreo, scelto da Dio come depositario di questa storia in progress (Is 7,10-17). In Gesù l'intervento di Dio nella storia degli uomini ha toccato il suo apice; e Gesù è il segno visibile dell'interessamento di Dio per le nostre vicende personali e collettive; in Gesù la salvezza diventa esperienza concreta che pervade tutta la vita del credente e, attraverso i credenti e la Chiesa, raggiunge tutti gli uomini. Questo è il Dio cristiano, che si distingue radicalmente da ogni altra deità.
4. L'opera di Dio nell'incarnazione di Gesù Cristo è una "opera" storicamente verificabile perché è un fatto, non un mito illusorio e consolatorio. Se li avessimo ancora, potremmo ritrovare nei registri del censimento dell'impero romano i nomi di Maria, di Giuseppe, di Gesù... Ed egualmente potremmo ritrovare la sua condanna a morte decisa dal pavido procuratore Ponzio Pilato e la certezza della sua morte per crocifissione, attestata dal centurione di guardia.
Anche la fede in Gesù, allora, si radica su questo fatto, entro il quale si uniscono tutte le convergenze razionali che portano a concludere positivamente riguardo all'appello della fede, la quale ci fa intuire presenza e potenza di Dio in tutto quello che Gesù ha detto e fatto, e ce lo fa accogliere. La storia di Gesù ci dispone al "salto" della fede, che in ogni caso rimane sempre convocazione dall'Alto. Ecco perché Gesù è al centro della fede cristiana: è come lo snodo storico-razionale, che ci apre le porte alla comprensione, o almeno all'accettazione di quell'abisso misterioso di amore e di potenza che è il Dio cristiano.
La lotta tra male e bene continua, e continuano tutte le turbative della nostra libertà in qualsiasi stagione della vita. Ma abbiamo un sentiero aperto per penetrare nel mistero ineffabile di Dio: è Gesù, via verità e vita, presente tra noi attraverso i molteplici segni sacramentali che ce lo ripropongono efficacemente. È totalmente vero quel che Gesù diceva a Filippo, il quale gli chiedeva di mostrargli il Padre: "Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre... io sono nel Padre e il Padre è in me... Credetelo per le opere stesse che faccio" (Gv 14,9-11). Gesù è il volto del Padre, la sua icona; è Lui la finestra sull'assoluto di Dio. E Gesù, dice uno scrittore, "non fu, è; non ha parlato, parla; non ha compiuto miracoli, li compie; non è morto e risorto, muore e risorge ogni giorno in noi, pellegrini dell'eterno" (Santucci).
Toccò a Paolo l'esperienza di parlare di Gesù agli uomini di cultura di Atene nell'Areopago. Cercò di accattivarsi le loro simpatie, partendo da un segno di religiosità popolare, l'ara eretta al dio non ancora conosciuto, e citando i loro poeti: Arato di Soli e Cleante. Fece un discorso forbito, interessantissimo e ancor oggi proponibile come approccio con gli uomini di cultura per la nuova evangelizzazione. Tutto filò liscio, fin quando Paolo non arrivò a Gesù Cristo: dapprima parlò di lui come di un uomo giusto ucciso dai malvagi (e fin lì andò bene: anche Socrate fu un giusto ucciso dai malvagi); poi parlò della "prova sicura" data a tutti da Dio "col risuscitarlo dai morti". A quel punto nacque la bagarre: chi rideva ironicamente, chi diceva che tali storielle l'avrebbero ascoltate un'altra volta (Atti 17,31-32). Alcuni tuttavia credettero. Paolo comunque se ne andò indignato a Corinto, tra i suoi scaricatori di porto, ripetendo a se stesso che d'ora innanzi avrebbe parlato solo di Gesù crocifisso e della sua morte in croce per amore (1Cor 2,1-5). In quella "esaltazione" sulla croce, mistero di dolore e d'amore, infatti, c'è già la promessa della fede: "Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me" (Gv 12,32). Si tratta di due aspetti (dolore e amore) dello stesso mistero: ma il primo è più corposo e coinvolgente del secondo.
5. Cari giovani, in questo pellegrinaggio giubilare, coincidente con il bimillenario della nascita di Gesù, bisogna chiedersi: quale rapporto personale abbiamo con Gesù? c'è una buona conoscenza di lui? quando, dove, come lo abbiamo incontrato? ne abbiamo una conoscenza intima, personale, durevole tramite un colloquio permanente: quello della preghiera cristiana, dell'adorazione eucaristica, della ruminazione della Parola? prendiamo sul serio le sue parole, le sue provocazioni, i suoi progetti? per esempio: la richiesta che è all'inizio dell'avventura cristiana e vale per ogni cristiano (e non solo per alcuni pochi privilegiati), ma può mettere paura ai giovani dal cuore ricco e soddisfatto: "Se vuoi tenermi dietro, vendi quello che hai e dallo ai poveri; prendi ogni giorno la tua croce; vieni e seguimi"? o anche l'altro: "Se perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre perdonerà le vostre" (Mt 6,14). O anche il discorso di dove incontrare Gesù oggi: "Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere..." con quel che segue? Chiediamogli quel che chiedeva il filosofo Soren Kierkegaard: "Gesù, ci sia concesso di diventare tuoi contemporanei, di vederti come e dove sei passato sulla terra e non nella deformazione di un vuoto ricordo". Si tratta perciò di incontrarlo là dove egli ha detto che sta; nella Chiesa, nella sua Parola, nei santi segni sacramentali, nell'Eucaristia, e soprattutto nei poveri.
Ed ancora un'altra ricerca vorrei sottoporre alla vostra attenzione: quella dei segni di speranza presenti nella storia d'oggi, nella società, nella Chiesa, nel mondo giovanile... È proprio tutto negativo, tanto da legittimare il nostro pessimismo e la nostra rassegnazione? Dobbiamo forse continuare a pensare come gli antichi babilonesi con i loro giudizi negativi sui giovani?
Preferisco invece pensare come san Benedetto da Norcia che nella sua Regola scriveva al cap. III: "Quando si tratta di decidere sugli affari di minor conto bastano i monaci più anziani. Ma quando si tratta di affari grandi, ascoltate i giovani perché saepe Dominus iuvenibus revelat quod melius est [= spesso Dio fa capire proprio ai più giovani ciò che è meglio fare]". O anche valga il rammarico di papa Innocenzo II, che nel 1212 scriveva: "Questi giovani sono per noi un rimprovero perché, mentre noi dormiamo, essi corrono".
Vi auguro, cari giovani, di essere generosi nel rispondere a Dio che chiama ad una forte e gioiosa testimonianza di fede: quella che vi consente di essere i Santi del nuovo millennio.

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